Renoir, il pittore della gioia di vivere

Renoir, il pittore della gioia di vivere

Renoir, il pittore della gioia di vivere

Pierre-Auguste Renoir, «pittore, per eccellenza, della gioia di vivere», è tra quei pittori che, insieme a Monet, Manet, Degas e Cézanne, nella seconda metà dell’Ottocento, in Francia, crea un nuovo genere di pittura, la pittura «en plein air», la pittura dell’impressionismo, quella pittura che, cavalletto alla mano, riportava direttamente sulla tela ciò che l’artista vedeva dal vivo in un paesaggio, in una veduta di città: luci, colori, impressioni….emozioni.

Fin da piccolo, Pierre-Auguste dimostra talento artistico e, all’età di tredici anni, entra come apprendista pittore in una manifattura di porcellane, decorando porcellane con composizioni floreali, per poi cimentarsi con l’esperienza anche in composizioni più complesse, come il ritratto della regina Maria Antonietta.

La sua grande passione per l’arte lo porta sempre a studiare e il suo studio consiste, essenzialmente, nel recarsi al Louvre per ammirare i lavori di Rubens, Fragonard e Boucher; di Rubens apprezza tantissimo la resa degli incarnati, mentre di Fragonard e Boucher apprezza la delicatezza.

Renoir vive l’arte ricercando sempre “il bello” e trovandolo in tutto ciò che esiste, in tutto ciò che vive; la pittura, per Pierre-Auguste, esprime la gioia di vivere. Tutti i suoi lavori colgono gli aspetti più dolci ed effimeri della vita, rendendoli con pennellate fluide e vibranti e con una tessitura cromatica e luministica rasserenante e gioiosa.

«Mi piacciono quei quadri che mi fanno venir voglia di entrarci dentro per fare un giro»:

è questo ciò che prova Renoir quando vede un dipinto, quando realizza un dipinto e con queste parole il pittore invita, esplicitamente, gli osservatori ad interagire con i suoi dipinti provando quello stesso divertimento che egli stesso viveva dipingendoli. Quello del «divertimento» è uno dei concetti chiave della poetica di Renoir: egli, infatti, adora, per sua stessa ammissione,

«mettere i colori sulla tela per divertirsi».

Viaggia molto il nostro Pierre-Auguste e ad un uomo, innamorato dell’arte e del bello, quale è stato Pierre-Auguste non può mancare il viaggio in Italia che, sino ad allora, aveva potuto conoscere solo attraverso le opere rinascimentali esposte al Louvre.

A Venezia, all’ammirazione di Tiziano e Veronese, visti al Louvre, si unisce quella per Tiepolo, ma rimane affascinato dalla laguna studiandone l’atmosfera che caratterizzava quei luoghi, quelle luci e quei colori che verranno così ben descritti nei suoi dipinti.

Roma, Napoli, Pompei, Palermo, sono tra i luoghi che lasciano un segno nell’animo e nella produzione di Renoir. Gli affreschi della Farnesina di Raffaello li definisce «mirabili per semplicità e grandezza» per quella perfezione estetica che, con l’esperienza impressionista, non era stato in grado di raggiungere; le sue considerazioni saranno:

«Raffaello, che non dipingeva all’aperto, aveva però studiato la luce del sole, perché i suoi affreschi ne sono pieni. Io invece, a forza di guardare all’esterno, ho finito per non vedere più le grandi armonie, preoccupandomi troppo dei piccoli particolari che offuscano il sole anziché esaltarlo».

Delle pitture pompeiane, invece, dice:

«Le pitture pompeiane sono molto interessanti da ogni punto di vista; così rimango al sole, non tanto per fare dei ritratti in pieno sole, quanto perché, riscaldandomi e osservando intensamente, acquisterò, credo, la grandiosità e la semplicità dei pittori antichi».

Di Napoli, il golfo lo affascina per i suoi colori, l’atmosfera, come dimostra il dipinto raffigurante “La Baia di Napoli” reso con delicatezza e magia: un dipinto con una grande strada piena di persone che passeggiano e carrozze trainate da cavalli. Nella baia, spumeggiante, navigano le barche a vele, con lo stupendo panorama sullo sfondo in cui emerge, maestoso, il Vesuvio.

Un’altra delle opere realizzate a Napoli è “Bagnante bionda” eseguita su un battello nella baia di Napoli in pieno sole, ritraente nuda la seconda moglie Aline Charigot, giovane compagna, futura moglie e madre dei suoi figli, oltre che modella preferita dell’artista. Aline è ritratta come una Venere e posa davanti ad un mare azzurro vivo che Renoir racconta sia la baia di Napoli, vista da una barca.

Al ritorno dal viaggio in Italia, le sue parole saranno:

«Si torna sempre ai primi amori, ma con una nota in più».

Continua a viaggiare, tra Londra, L’Aia, Dresda ed ha modo di vedere dal vivo le opere di Rembrandt e Vermeer, ma dal 1898 comincia ad avvertire i primi sintomi di una grave malattia reumatica che lo tormenterà fino alla morte avvenuta nel 1919. Le sue mani, per questa malattia, sono del tutto deformate, ma non molla il nostro Pierre-Auguste e, nonostante l’inaudita ferocia del morbo, continua imperterrito a dipingere legandosi i pennelli alla mano per tenerla più ferma.

«Dispongo il mio soggetto come voglio, poi mi metto a dipingerlo come farebbe un bambino. Guardo un nudo e ci vedo miriadi di piccole tinte. Ho bisogno di scoprire quelle che fanno vibrare la carne sulla tela. Oggi si vuole spiegare tutto. Ma se si potesse spiegare un quadro non sarebbe più arte. Vuole che le dica quali sono, per me, le due qualità dell’arte? Dev’essere indescrivibile ed inimitabile …L’opera d’arte deve afferrarti, avvolgerti, trasportarti»

È questo ciò che pensava il nostro Pierre-Auguste ed è questo che rivivremo ai prossimi appuntamenti.

N.B. Le foto sono state attinte da internet a scopo puramente didattico-illustrativo.

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